Valentina Michelacci e Lorenzo Cantini, testimonial di QVIN Florence, sono due giovani architetti. Hanno creato uno studio tutto loro, che si chiama Identity Design. “Lavoriamo sul dettaglio”, dicono. “Cerchiamo di regalare emozioni”.

Intervista di Giovanni Bogani

Da quanto vi conoscete? Quando vi è venuta l’idea di unire le forze?

“Ci siamo conosciuti all’università, non ci siamo mai persi di vista, ma ognuno ha percorso la sua strada. Ci siamo persi e ritrovati: poi abbiamo cominciato questa avventura”.

Perché uno studio autonomo? Perché non appoggiarvi a una realtà già affermata?

“Da parte di tutti e due c’era il bisogno di dire qualcosa di noi. Un bisogno di espressione, che ci ha portato a rinunciare senza rimpianti a uno stipendio più sicuro”.

Quali sono i vostri obiettivi?

“Creare degli ambienti che rispettino sia la natura dello spazio in cui sono inseriti, sia la personalità dei committenti. L’identità dei luoghi e quella delle persone. Per questo ci siamo chiamati Identity Design”.

Qual è l’identità di Prato, la città in cui operate?

“L’arte contemporanea, il tessuto, l’artigianato di qualità. Non ci sono soltanto i cinesi, come molti pensano”.

La vostra novità qual è, rispetto ai molti architetti che ci sono in giro?

“Usiamo materiali nuovi, meno conosciuti, o materiali conosciuti usati in modo nuovo. Ad esempio il Dibond, quello che si usa per i pannelli pubblicitari, utilizzato come una ‘pelle’ nuova per gli interni”.

Che tipo di forme prediligete?

“Abbiamo uno stile molto minimale. Tendiamo a non riempire gli spazi. Ma prima di tutto cerchiamo di capire la storia del luogo e di chi lo abita. Poi pensiamo alle geometrie”.

Gli interni sono associati alla vita quotidiana delle persone. Come deve essere il rapporto tra persona e ambiente secondo voi?

“La cosa più importante è che un ambiente deve essere vissuto bene dalle persone. La gente deve pensare: ‘come sto bene, qui a casa!’, oppure: ‘come lavoro bene, qui in ufficio!’…”.

Per esempio, un ambiente di lavoro a Prato come si rende più piacevole, o interessante?

“Evitando, ad esempio, quei pavimenti di cemento che caratterizzano tutti i capannoni a Prato. E studiando bene l’illuminazione. Un parquet e una luce neutra, qualche pianta qua e là, possono migliorare tantissimo un ambiente. Per chi vive in ufficio ore e ore, anche il sollievo di una pianta può essere importante”.

E per una abitazione privata?

“Sfruttare bene la luce naturale, e poi evitare il ‘troppo pieno’: poche cose, importanti. Ma tutto cambia di caso in caso: è importante captare la storia di chi ci vive, e trasferirla nell’ambiente. La casa di uno scrittore sarà diversa da quella di un pilota di Formula Uno”.

Ma che cosa valorizza una casa?

“La scelta degli elementi. Poche cose. Riuscire a buttare via le cose che non sono importanti: perché quando ci sono troppi oggetti, pesa troppo il passato e non c’è posto per il futuro”.

Avete dei fotografi o dei registi che vi ispirano?

“Robert Frank come fotografo”, dice Lorenzo. “Sono rimasto folgorato dal libro ‘The Americans’, che raccoglieva le foto di Robert Frank. Come regista, Wes Anderson. La sua simmetria. Il suo lavoro in certi casi quasi bidimensionale, mentre in altre inquadrature riscopre la profondità del quadro”. Riprende Valentina: “Io amo invece i film ambientati nell’epoca vittoriana, perché amo molto i tessuti di quell’epoca”.

La vostra città ideale?

“Berlino, per la varietà dei suoi quartieri. Lipsia, per il suo felice contrasto fra la parte settecentesca e quella contemporanea. Ma anche Firenze è tra le nostre città preferite”.