La vita di Viola Cecioni è divisa in due. Prima e dopo l’infortunio che l’ha costretta a dire addio ai Palasport, dopo due anni di sofferenze. Prima, Viola era una promessa della Nazionale femminile di pallavolo. Forte, fortissima. Fino a quando quel tendine non si è spezzato. Poi, però, è ripartita. Fino a diventare più forte di prima. “Ho le tette dure, io!”, dice ridendo. Detta con accento fiorentino, e con un sorriso bellissimo.

Oggi, dopo molti lavori – i più disparati – Viola è personal trainer in una palestra che si distingue per l’attenzione che presta ai propri clienti.

Intervista di Giovanni Bogani

Viola, come è nata la tua storia d’amore con lo sport?

“E’ nata relativamente tardi: avevo dodici anni quando ho schiacciato il primo pallone di là dalla rete. Due anni dopo, ero selezionata per il Club Italia, una sorta di ‘cantera’, di vivaio della Nazionale di volley. Avevo quattordici anni: ho preso la valigia, e sono andata a vivere a Ravenna. Da sola”.

Quanti anni sei stata a Ravenna?

“Tre. Poi mi ha ‘comprata’ il S. Orsola Asystel Novara, una delle squadre più importanti del panorama italiano. Purtroppo, quello è stato anche l’anno del disastro, della mia disfatta fisica. Mi sono fatta molto male alla spalla. Un tendine rotto, un intervento chirurgico, l’atrofia dei muscoli della scapola, il nervo pieno di ‘aderenze’, che non riusciva più a dare stimolo al muscolo”.

Quanto è durato il calvario?

“Un anno. Poi ho capito che non sarei più tornata a giocare”.

Che cosa ti manca del volley?

“Tutto. Una volta che la passione ti sceglie, è fatta. Non torni più indietro”.

Vedi ancora le partite in televisione, o nei palazzetti?

“Nemmeno un secondo. Non ce la farei. Però mi è rimasta la passione per i colleghi pallavolisti! Anche perché sono gli unici alti come me. Per una ragazza di un metro e 89 centimetri non è facile trovare qualcuno con cui anche solo camminare insieme!”.

Che cosa hai fatto quando hai capito che non avresti più fatto sport a livello agonistico?

“Ho raccolto i cocci della mia vita. E ho deciso di vivere un’altra vita. Non è stato semplice: avevo un diploma, preso chissà come perché l’anno del diploma giocavo già in serie A e mi allenavo due volte al giorno. Comunque, sono ripartita da lì. Ho fatto di tutto. Ogni esperienza di lavoro – e di vita – è positiva”.

E adesso?

“Adesso sono felice. Lavoro in un centro privato come personal trainer. Adattiamo l’allenamento in base al cliente. Lavoriamo sulle singole persone, sugli obiettivi di ciascuno. Facciamo lezioni singole, e lezioni al massimo con tre persone. Ognuno si sente ascoltato, seguito, incoraggiato”.

Quali metodi seguite?

“Non abbiamo dogmi; studiamo tantissimo, ci documentiamo su ogni nuova tecnica, cerchiamo di inventare, di essere creativi. Questo è il bello di questo lavoro”.

Nella tua seconda vita, hai anche cantato in un gruppo. La musica è un’altra passione?

“La mia prima passione. Da piccola, facevo parte del coro delle voci bianche al Teatro Comunale di Firenze. Avevo abbandonato tutto. Poi, qualche tempo fa, ritrovo un compagno di scuola che sta mettendo su un gruppo. E divento la loro cantante”.

Avete reinterpretato la disco degli anni ’70. È il tuo genere preferito?

“In realtà, sono cresciuta con la lirica e con il gospel. Poi sono arrivati il rhythm ‘n blues e il soul. E adesso, anche quello è un capitolo che riguarda il passato. O, chissà, il futuro”.

La tua vita ti ha segnato. E anche la tua pelle è tutta un racconto. Fatto di tatuaggi.

“Il primo è stato un carciofo. Sì, un carciofo! Avevo diciotto anni, ero un po’ grulla, e i carciofi mi sono sempre piaciuti. Il secondo è stato un giglio. Perché volevo portare Firenze sempre con me, anche se non vivevo più a Firenze. Non mi chiamo Viola per caso!”.

Gli altri tatuaggi?

“Delle ali dietro il polpaccio. E un fenicottero, perché assomiglio a un fenicottero, alta e lunga. E sull’avambraccio, me stessa in versione cartoon al telefono, che dico: Love? Col punto interrogativo. Perché non so se crederci ancora all’amore. Infine il più importante, fatto a New York”.

Quando andasti a New York?

“Per i miei venticinque anni. Da sola. Era appena finita una storia, e mi dissi: se non vai via, starai malissimo. Sono partita. E sono andato dal tatuatore di Lady Gaga. Mi ha tatuato sul braccio un cervello, un cuore e una medaglia, tutti intrecciati. Sei ore di seduta. Sono uscita in lacrime, ma felice”.

Che bilancio fai della tua vita?

“Ho conosciuto la felicità, il dolore, la caduta, la forza di rinascere. E ora non ho più paura di nulla. Sono forte. Gli altri me li mangio tutti!”, ride.